Bunuel

25 gennaio 2012

BiografiaBunuel.53
Luis Buñuel nasce il 22 febbraio del 1900 a Calanda, cittadina dell’Aragona di sole cinquemila anime, il cui unico motivo di notorietà era la processione del Venerdì Santo, quando centinaia di uomini  percorrevano le strade del paese per tutta la notte battendo ossessivamente dei tamburi fino a stramazzare a terra sfiniti. Nel corso della sua vita, lo stesso Buñuel vi parteciperà entusiasta più volte, tornando nella città natale abbandonata in realtà all’età di cinque mesi per il trasferimento della famiglia a Saragozza: in una grande casa con tanto di servitori, don Leonardo e la giovanissima (e cattolicissima) moglie Maria Portolès crescono il figlio secondo i dettami dell’alta borghesia di allora, con tanto di collegio gesuitico. Il giovane Luis canta in chiesa, segue lezioni di violino, si diverte a inscenare spettacoli con il suo teatrino delle marionette, ma l’idillio dura solo fino ai primi ribellismi adolescenziali, quando inizia a saltare la messa e si fa espellere dal collegio: sarà tuttavia il soggiorno a Madrid, dove Bunuel viene fatto iscrivere suo malgrado alla facoltà di agraria, a offrirgli l’occasione di una formidabile contro-formazione culturale.

Nella capitale, infatti, egli ottiene un posto alla Residencia de Estudiantes, neonata istituzione sul modello dei college inglesi per forgiare la futura classe dirigente spagnola, dove si respira comunque un grande dinamismo intellettuale e dove soprattutto il giovane aragonese può ritrovarsi come compagni gli ancora sconosciuti Rafael Alberti, Pepìn Bello, Salvador Dalì e Federico Garcìa Lorca.
Con gli ultimi due, Bunuel forma un affiatato terzetto autore di goliardiche scorribande intellettuali, che lo distraggono decisamente dagli studi di agronomia ma che in compenso gli fanno scoprire la letteratura, in cui si getta a capofitto iniziando a scrivere racconti da spedire alle riviste, già dotati di un embrionale empito surrealista. Intanto si appassiona anche di arte, occultismo, psicanalisi, politica, benchè per uno che si definisce abbastanza sindacalista e mezzo anarchico i tempi sono duri, visto che nel 1923 Primo de Rivera instaura in Spagna un regime dittatoriale. Ma quell’anno è soprattutto l’anno della morte del padre Leonardo: Buñuel vi assiste scolando due bottiglie di cognac e raccontando poi di passare la notte a fuggire per la casa dal fantasma del genitore.

Parigi e la scoperta del cinema
Con la scusa presentata alla madre di voler andare a fare il segretario volontario presso un nuovo organismo culturale dell’Onu, Buñuel, una volta intascata la laurea in lettere (che ha via via soppiantato quella in agraria), intasca anche un poí di soldi e trasloca a Parigi, che nel 1925 è il tumultuoso epicentro della cultura mondiale. Per Luis è una nuova nascita, malgrado i due incontri fondamentali che farà sono del tutto inaspettati: il primo è quello con Jeanne Rucar, ginnasta olimpica che inizia insegnandogli il tango e finisce per diventare sua moglie; il secondo è quello con il cinema, scoperto quasi per caso o forse per noia. Visto che le sue opere letterarie hanno poca fortuna, Bunuel decide infatti di dedicarsi alla settima arte andando a bussare alla porta di Jean Epstein, che ne approfitta subito per farlo iscrivere alla sua Acadèmie du Cinèma. Qui apprende i rudimenti linguistici e alcune teorie (prima su tutte quella sulla fotogenia) che gli rimarranno addosso per tutto il resto della carriera: nel frattempo è anche reclutato sul set de La caduta della casa Usher e inizia a scrivere critiche cinematografiche per un periodico spagnolo, alternando recensioni e testi teorici. In occasione del bicentenario della morte di Goya, il comitato di festeggiamento di Saragozza gli affida temerariamente l’incarico di girare un film sull’artista, di cui Buñuel scrive la sceneggiatura: quando però il progetto salta, egli riesce comunque a estorcere 25.000 pesetas alla madre per realizzarlo. A distoglierlo dall’impresa sarà l’amico Dalì, che in un soggiorno natalizio nella sua casa di Cadaqués lo convince a scrivere un altro film, basandosi sul metodo follemente surrealista di raccontarsi i sogni fatti durante la notte.
Il 2 aprile 1929, negli sudi parigini di Billancourt, iniziano dunque le riprese di “Un chien andalou”, titolo preso in prestito da una raccolta di poesie mai pubblicata di Buñuel: dopo due prime trionfali allo Studio des Ursulines e a casa dei visconti di Noailles, mecenati che per l’occasione raccolgono tutta l’intellighenzia parigina, il film resta in programmazione per ben otto mesi allo Studio 28, durante i quali, racconterà Buñuel, vi saranno trenta denunce alla polizia, diversi svenimenti e un aborto. Il giovane regista è già una stella dell’avanguardia, corteggiatissimo dal gruppo surrealista di Breton, il quale lo accoglie facendogli firmare il secondo manifesto e compilandogli un oroscopo di 108 pagine. Il reclutamento più redditizio arriva tuttavia dal visconte di Noailles, che ogni anno regala alla moglie nientemeno che un film d’arte: il regalo del 1930 sarà commissionato proprio a Bunuel, che si vede affidare un budget di 350.000 franchi e scrive di nuovo la sceneggiatura con Dalì, benchè l’affiatamento di un tempo sembra finito. Con un titolo suggerito dalla destinataria, “L’age d’or” debutta a ottobre al cinema Panthèon, davanti a una platea sublime che include nomi come Artaud, Brancusi, Picasso, Prokoviev, Cocteau, Giacometti, Gide: il successo è notevole ma quando il film passa a tenitura allo Studio 28, un gruppo di estrema destra fa irruzione al cinema e lo distrugge, attirando líattenzione dei media sulla blasfemia del film. Il risultato, firmato dal prefetto parigino, sarà il sequestro della pellicola e un divieto perpetuo di proiezione pubblica che decadrà solo cinquantíanni dopo.

Produttore e antifranchista
Buñuel non sembra particolarmente scosso dall’accaduto, tanto più che, per un divertente ribaltamento surrealista, in quei giorni si trova per la prima volta a Hollywood, dove gli studios gli offrono un contratto di sei mesi per poi rispedirlo subito a casa. Di nuovo a Parigi, egli rompe con Dalì per motivi personali e con i surrealisti per motivi politici, dopo la scomunica del movimento da parte del Partito Comunista Francese: per guadagnarsi da vivere firma con la Paramount per supervisionare i film doppiati in spagnolo, ma un’impresa cinematografica ancora più ardita delle precedenti è dietro l’angolo. L’amico Ramòn Acìn, professore di disegno, vince la lotteria e gli offre 20.000 pesetas per girare un documentario sulle Hurdes, regione sottosviluppata dell’Estremadura dove regnano miseria e malattia. Realizzato con pochissimi mezzi, ma anche per questo dotato di una lacerante forza di denuncia, Las Hurdes viene presentato a Madrid nel 1934 e immediatamente proibito dal ministro dell’istruzione in quanto insultante per il decoro nazionale.
Ancora una volta, Buñuel assorbe il colpo senza scomporsi, anche perchè ha altre impellenze: finalmente ha sposato Jeanne ed è nato il primo figlio, Juan Luis. Per sostenere la giovane famiglia si improvvisa produttore, trasferendosi a Madrid e investendo 75.000 pesetas nella Filmòfono dell’amico Ricardo Urgoiti: dei quattro film sfornati nel 1935, di cui egli è ufficialmente produttore esecutivo), solo il primo riscuoterà un grande successo commerciale, malgrado condivida con gli altri un divertito carattere popolare e musicarello. Ma a decretare la fine della “Filmòfono” è purtroppo un evento di tutt’altra portata come la guerra civile spagnola: Buñuel viene mandato dal governo repubblicano a coordinare la propaganda antifranchista a Ginevra e poi a Parigi, esperienza il cui risultato sarà, tra gli altri, il documentario Espagne 37 (uscito rimaneggiato in Italia come Spagna leale in armi). Quando poi il nuovo ambasciatore spagnolo a Parigi gli chiede di continuare il suo lavoro a Hollywood, dove sembra si facciano film filorepubblicani, Buñuel decide di accettare, non sapendo probabilmente che avrebbe rivisto l’Europa solo dopo tredici anni.

America America
Il 16 settembre del 1938 la famiglia Buñuel salpa per gli Stati Uniti, ma la disoccupazione è dietro l’angolo: a Hollywood hanno deciso nel frattempo di evitare ogni riferimento alla guerra civile spagnola e questa si avvia a terminare tragicamente nel marzo 1939 con l’entrata di Franco a Madrid. Dopo aver proposto film sull’uomo primitivo e sulla vita degli schizofrenici agli studios, che reagiscono prevedibilmente inorriditi, e dopo essere stato costretto ad abbandonare un posto al Moma di New York in quanto ateo-comunista-surrealista, Buñuel sceglie di seguire l’amica parigina Denise Tual alla volta di Città del Messico, dove ha la fortuna di incontrare il produttore Oscar Dancigers, compagno anchíegli del soggiorno francese. Proprio dal Messico che ripartirà la sua attività cinematografica, con un film in stile “Filmòfono”, “Gran Casino” (1946), forte dei due più popolari cantanti del momento, Jorge Negrete e Libertad Lamarque: Buñuel dimostra di sapersi inserire perfettamente nei meccanismi dell’industria, acquistando da subito la fama di regista veloce e affidabile. Dopo líinnocuo “El gran calavera” (1949), Dancigers punta più in alto finanziando “Los olvidados” (I figli della violenza, 1950), storia di miseria e emarginazione giovanile girato con attori non professionisti: alla sua uscita il film viene accolto malissimo e smontato dopo quattro giorni, ma grazie a Octavio Paz riesce ad approdare a Cannes e a vincere il premio alla regia e il riconoscimento della Fipresci. In Francia Los olvidados diventa praticamente un caso, attirando gli entusiasmi di Bazin, di Prévert, dei Cahiers du cinèma, che dedicano al regista un ampio dossier, mentre anche un giudice non facile come Pudovkin celebra Los olvidados sulla Pravda: alla sua nuova uscita nelle sale messicane il film si trasformerà ovviamente in un successo.
Chiusa la fruttuosa parentesi di Susana (Adolescenza torbida, 1950) prodotto da Sergio Kogan, Buñuel torna a fare coppia con Dancigers, che gli produce La hija del engaño (1951, remake di Don Quintìn el amargao) e “Una mujer sin amor” (1951), a detta dell’interessato il film peggiore che abbia fatto. Dopo Subida al cielo e El Bruto, anch’essi girati con una rapidità e una professionalità che inizia a far gola alle grandi produzioni, Buñuel è coinvolto nel più impegnativo progetto de Le Avventure di Robinson Crusoe, finanziato dalla United Artists: al suo primo film in inglese e a colori il regista, pur restando fedelissimo a se stesso, riesce a piazzare un successo commerciale planetario e a far candidare all’Oscar il poco conosciuto Dan OíHerlihy. Ma non è per merito dei grandi progetti internazionali, come poi sarà il francese Cela s’appelle l’aurore, a cementare nel frattempo la leggenda critica di Buñuel, quanto i piccoli gioielli messicani: Èl, Abismos de pasiùn, Ensayo de un crimen diventano film di culto in Europa e soprattutto in Francia, dove il regista è anche invitato in giuria a Cannes e puntualmente intervistato dai Cahiers.
La frequenza dei viaggi in Europa, però, comincia a fargli sentire nostalgia della patria, ancora ostaggio di Franco benchè in un contesto molto più disteso rispetto al passato: nel 1956 Buñuel può passare cinque giorni di vacanza con la famiglia a San Sebastian, ma soprattutto può iniziare a meditare un ritorno cinematografico in grande stile. Terminato il lungo sodalizio con Dancigers, si prodiga in due capolavori del calibro di Nazarìn e The Young One, nuova ma più personale incursione statunitense, e nel dicembre 1960 può finalmente traslocare a Madrid per la pre-produzione di un nuovo film, Viridiana: mai ritorno in patria avrebbe potuto essere pi˘ discusso e clamoroso.

Un autore europeo
Pur essendo prodotto con capitali messicani e pur continuando il suo regista a mantenere la cittadinanza oltreoceano, Viridiana è concepito e girato in Spagna, prodotto dallíindustriale messicano Gustavo Alatriste che vuole lanciare sul mercato internazionale la bella moglie attrice, Silvia Pinal: ad affiancarla sarà un attore destinato a diventare un vero e proprio feticcio per il regista, Fernando Rey, scelto a sua detta perchè in un film era stato bravissimo a fare il morto. Viridiana approda a Cannes l’ultimo giorno del festival, che gli ha riservato una proiezione in extremis, e si aggiudica immediatamente la Palma d’Oro, la prima mai vinta dalla Spagna: quando però il governo madrileno legge le recensioni e comprende il carattere corrosivo e violentemente blasfemo del film, gli nega la nazionalità e blocca il negativo, costringendo la produzione messicana a ricavare le altre copie dal positivo mostrato a Cannes.
Per Buñuel, però, è la consacrazione definitiva del suo status di autore, che riceve un ulteriore conferma da un capolavoro come “L’angelo sterminatore”, nuovamente prodotto da Alatriste: il sodalizio tra i due, ma più in generale il rapporto con il cinema messicano, terminerà comunque con Simòn del desierto, che Buñuel Ë costretto a interrompere a metà per i problemi finanziari dell’industriale. Già due anni prima ha conosciuto infatti un piccolo ebreo polacco, Serge Silberman, che ha fatto da produttore a nomi del calibro di Melville, Becker, Bardèm e che gli presenta il giovane sceneggiatore Jean-Claude Carrière: i tre, che iniziano a collaborare con Il diario di una cameriera, formeranno da ora in poi una solidissima famiglia cinematografica.
Va da sè che questa famiglia mette radici in Francia, dove nasce peraltro il film più parigino e commercialmente fortunato di Buñuel, Bella di giorno: sarà dopo questo incredibile successo, che riesce anche ad accaparrarsi il Leone d’Oro a Venezia, che il regista convince Silberman a produrre La via lattea, il suo film più apertamente teologico, che viene girato proprio mentre infuria il maggio francese e che riesce nel doppio miracolo di incassare al botteghino e di suscitare un certo, insospettabile consenso da parte della chiesa. Anche grazie a questo sostanziale travisamento, Buñuel può accettare la proposta della Epoca Films di girare in Spagna un suo vecchio copione, Tristana, previo un sospettoso colloquio con il ministro dell’Informazione: il film, in cui primeggia nuovamente la bella di giorno Catherine Deneuve, ha ottimi riscontri in tutto il mondo e, a conferma del momento positivo, mentre esce nelle sale Buñuel e Carrière già stanno mettendo a punto una nuova sceneggiatura a cui manca solo il titolo. Sarà il celebre “Il fascino discreto della borghesia”, che in poco tempo si avvierà a diventare un enorme successo commerciale e a vincere l’Oscar come miglior film straniero: il regista ovviamente snobba la cerimonia, in compenso va Silberman a ritirare il premio, facendosi fotografare travestito da Buñuel, con tanto di parrucca e occhiali scuri.
Ma don Luis intanto sta invecchiando e iniziano i problemi di salute, con l’odiatissimo divieto di bere e fumare: ogni film comincerà a essere annunciato come l’ultimo, anche se la sua creatività continua a sfornare nuove idee e nuovi progetti. Se la sceneggiatura completata di Là-bas non verrà mai girata, come peraltro il suo ultimo copione, Agùn, rimasto su carta, Buñuel ha ancora il tempo di mettere a segno due capolavori come “Il fantasma della libertà” e “Quell’oscuro oggetto del desiderio”, e abbandonarsi, in quest’ultimo, a una delle sue più eclatanti trovate surrealiste: quando Maria Schneider è costretta ad abbandonare il set per problemi di droga, non sapendo scegliere tra Angela Molina e Carole Bouquet per la parte della protagonista, scrittura entrambe, alternandole nel personaggio. La sua ultima fatica rimarrà un’autobiografia dal titolo premonitore, Mon dernier soupir, uscita a Parigi nel 1982 e pubblicata poi in tutto il mondo: solo un anno dopo, il mattino del 29 luglio 1983, morirà a Città del Messico dopo un ricovero per coma diabetico.
Le sue ceneri, in un ultimo capovolgimento del destino, sono conservate tuttora dai domenicani del convento di Copilco, in Messico.

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